SOGNARE FORSE… FREUD INSEGNA

FREUD O L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI

Che dire?

Un’opera imponente, corposa, perfetta in ogni suo aspetto.

Le luci come fari nel buio, la scenografia essenziale con molte porte che si aprono e si chiudono da cui entrano ed escono i personaggi, l’uso anche di video a sottolineare la modernità di questa scienza nata ai primi del 900 e che tanto ha ispirato il mondo della 7° arte.

Il testo è di Stefano Massini, che ha rielaborato per il teatro lo scritto principale di Freud “L’interpretazione dei sogni”, integrandolo con altri suoi scritti.

Il regista Federico Tiezzi ha messo in scena questo lavoro di esplorazione e rielaborazione di un nuovo modo di vedere e di pensare l’uomo.

In una intervista ha spiegato come per lui lavorare su Freud è lavorare sulla materia teatrale e come in questo testo si racconti la scoperta di un linguaggio.

Un cast di attori numeroso, come raramente si vede oggi sulle scene, ben 13 attori più la presenza di un eccelso Fabrizio Gifuni, nella parte di Freud, sul palco per tutte le quasi tre ore di durata dello spettacolo, senza mai una sbavatura o un rilassamento.

Di questo spettacolo però tutti (intendo proprio tutti) hanno già sviscerato tutti gli aspetti e i dettagli, detto meraviglie (con piena ragione) di tutto, che cosa mi rimane dunque da dirvi?

Vi dirò allora di quello che mi ha colpito, affascinato dello spettacolo, delle riflessioni  o spunti che mi sono sorti in quanto medico e counselor (una “sottospecie” di psicologo).

Premetto che Sigmund Freud è uno di quei personaggi che, quando adolescente lessi la sua storia e le sue scoperte, mi affascinò e contribuì non poco alle mie scelte future.

Leggendo i diversi commenti dello spettacolo, per arrivare alla visione un pò preparata, ho preso coscienza di quanto siano stata geniale e rivoluzionaria la sua nuova scienza.

Si può dire che sia stato un novello Galileo.

foto©Masiar Pasquali

Immaginare, intuire tutto un nuovo mondo, che è la vita psichica e strutturarlo in una nuova scienza; comprendere che i sogni non sono messaggi degli dei, profezie, ma nascono da noi, dicono cose di noi, rivelano verità così drammatiche della nostra vita che dobbiamo mimetizzarle con questo linguaggio di metafore.

Durante tutto lo spettacolo sono stata affascinata e ipnotizzata (poteva essere diversamente dato il soggetto?) dalle storie, dai sogni narrati dai diversi personaggi/pazienti. A fianco di Freud nel cercare di dipanare i segreti che nascondevano i sogni, cercando la soluzione come in un giallo.

Freud (il personaggio) ci conduce in un doppio cammino: nei labirinti dei sogni e delle menti dei suoi pazienti e contemporaneamente si addentra ed esplora la propria mente, i propri sogni alla ricerca dei suoi personali segreti.

foto©Masiar Pasquali

In alcuni momenti sembra che si ponga in un rapporto alla pari con i suoi pazienti (in particolare con il paziente Ludwing R.), cerca di fornire loro delle risposte, ma nello stesso tempo riceve risposte dalle loro vite.

I dubbi i tormenti del suo lavoro, della sua ricerca, anche questo si coglie e traspare nell’opera.

Per tutto lo scorrere del testo si rimane nell’incertezza se sia un susseguirsi di fatti ed eventi o piuttosto non sia invece un ricordare e rielaborare della mente di Freud dei suoi incontri, delle sue teorie, del nuovo linguaggio che va costruendo.

Infine termina con una similitudine che Freud traccia tra il portare alla luce e narrare i sogni e il palcoscenico e la rappresentazione in un teatro.

foto©Masiar Pasquali

Ho trovato nel percorso di questo spettacolo principi ed intuizioni da cui ancor oggi la psicologia moderna trae linfa; ho trovato delle modalità di colloquio, quali il rispecchiamento e la restituzione, che, non so se già appartenessero a Freud (possibile poiché in origine utilizzava molto l’ipnosi che utilizza per esempio il rispecchiamento) ma a tutt’oggi sono modernissime.

Ho trovato conferma della immensa potenzialità dell’uso del teatro, ma non solo del teatro, del canto, della musica, della danza, della pittura, di tutte le forme di arte, nella cura dei disagi della mente.

Di più, non solo della cura, ma, se posso dire, della prevenzione. A tutti praticare, anche solo come hobby, in forme collettive, queste arti, darebbe la possibilità di conoscere meglio se stessi, di dar voce anche a quei lati d’ombra che a volte nascondiamo nel profondo per renderci conformi ai modelli correnti.

Insomma uno spettacolo che è stato anche didattico e curativo.

 

Elena Grossi

Sono... un medico!...? Una pediatra... e quindi cosa ho a che fare con l'arte? Forse perché nella mia... lontana... adolescenza sono stata a lungo combattuta (prima di essere travolta dalla passione per la medicina) tra l'idea di frequentare il Conservatorio, piuttosto che il liceo Artistico e l'Accademia, forse perché l'essere sempre a contatto con i bambini ha mantenuto il mio animo giovane e sognatore, fatto sta che mi sono riavvicinata al mondo dell'arte, prima attraverso la danza, poi attraverso la pittura. Non ho mai tralasciato in tutti questi anni di andare a vedere film, teatro, concerti e soprattutto lo straordinario Notre Dame de Paris che mi ha portato ad avvicinare anche tutto quel mondo che sta dall'altro lato del palcoscenico! In qualche modo ho scoperto attraverso i miei vari percorsi di formazione della mia professione e delle mie passioni che il godere, fruire dell'espressioni artistiche, così come anche il praticarle direttamente possono essere terapeutiche per i sussulti, i disagi, i mali, ma anche i sogni dell'anima. Credo che per il benessere, l'armonia di ogni essere umano dovremmo tutti, almeno in qualche momento della nostra vita, praticare una qualche espressione artistica. Per tutti questi concatenarsi di motivi, non ultimo anche la mia passione nel vedere nascere, crescere e sbocciare questi nuovi giovani talenti, mi ritrovo in questa community di gioiosamente pazzi artisti, sperando di poter portare il mio piccolo sassolino alla grande montagna dell'arte.

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