Ciao papà…

CARO DESTINO, CARO PAPA’…

Sembrava un giorno qualunque, era da poco passata l’alba, ed anche se era autunno il sole era alto in cielo… che meraviglia.
Oggi le stagioni non si capiscono più… un tempo era raro vedere il cielo limpido l’11 di ottobre ma oggi, nel 2013, non è più così, molte cose sono cambiate ed anche la mia vita lo è.
E’ venerdì, la giornata sarà difficile ma resta pur sempre venerdì, il weekend è alle porte e si è un po’ tutti di buonumore.
Sembrava apparentemente un venerdì come tutti gli altri… ma non lo fu. Non per lui, non per me… non per noi.
Quel venerdì fu maledetto da un ingiusto destino che mi cambiò per sempre. Quel venerdì una delle parti migliori di me volò via, via con lui.

Una data impressa nella mente: l’11 OTTOBRE 2013
Ricordo di essermi alzata molto presto, avevo delle faccende da sbrigare prima di andare al lavoro.
Ero felice, sapevo che sarebbe stata una giornata impegnativa, ero in fermento per un nuovo progetto di lavoro tutto mio, la serata si sarebbe chiusa con successo ed io… io, avrei avuto una nuova attività, che esulava dalla routine, era un lavoro ma al tempo stesso un divertimento.
Quel venerdì avrei dovuto andare a letto a notte fonda con il sorriso sulle labbra ed il cuore colmo di gioia.
Tutte le aspettative vennero disattese, si perché andai comunque a letto a notte fonda, ma triste, e con il cuore a pezzi.
Ciò che accadde spazzò via per sempre quella che ero stata e presi coscienza di una cosa tanto ovvia quanto difficile da accettare: Il destino è già scritto e noi non abbiamo il controllo su niente. Ciò che deve accadere , semplicemente accade, senza risparmiare niente e nessuno.
Ore 13,00: arrivo puntuale a casa dei miei genitori, alla finestra papà mi aspetta e mi saluta con la mano mentre mi vede entrare dal cancello, salgo le scale apro la porta e come ogni giorno papà se ne sta in piedi in soggiorno pronto per abbracciarmi e salutarmi con il suo … “Ciao Amore”.
24È l’ultimo vero e caloroso abbraccio che ho da lui, non mi aspetterà più alla finestra, non mi aprirà mai più la sua porta ma io inconsapevole di ciò mi godo il mio abbraccio, dandogli il giusto peso, tanto chissà quanti altri me ne darà.
Ore 13,45: come ogni giorno, o quasi, devo correre a prendere mia figlia al liceo. Come da abitudine saluto mamma e mando un bacio a papà dalla porta della cucina e lui seduto al suo posto, vicino alla finestra, mi guarda.
Non so per quale ragione mi sembrò triste. Forse se lo sentiva, forse sapeva che sarebbe accaduto.
Ore 14,30: rientro a casa mia e come ogni venerdì inizio a fare i lavori di casa. Qualcosa mi rendeva nervosa e più passavano i minuti più ero irrequieta ma li per lì non seppi dare un senso a tale nervosismo.
Ore 15,00: papà decide, come ogni giorno, di prendere la sua bicicletta e andare all’orto, amava il suo orto.
Aveva anche costruito un canile proprio lì accanto con una casetta per ogni suo amato cane e curava entrambi con grande amore. Per lui stare all’aria aperta era come sentirsi libero.
Ore 15.15: imbocca la pista ciclabile, ma la sbadataggine altrui non gli permise di arrivarci, di arrivare al suo orto, né quel giorno, né mai più.
Trascorrono forse 10 minuti, 15 al massimo.
Sono presumibilmente le 15.30 circa. È l’ora della collisione. La bici si scontra con il carrello di una donna che, evidentemente incurante delle regole della strada, si getta senza preoccupazioni sulla pista ciclabile.
Così, per una leggerezza commessa, il destino ha spezzato una delle mie radici per sempre.
Ancora mi chiedo come quella persona, che non ha avuto neppure la decenza di una telefonata, di un mi dispiace, abbia fatto a convivere per questi anni con la consapevolezza di aver privato qualcun’altro della propria vita. Cosa credeva di avere di speciale, a tal punto da permettersi di uccidere? Anche se inconsapevolmente, uccidere rimane uccidere. Ma forse lei non conosce il senso di colpa, altrimenti non ce l’avrebbe fatta.
Di certo le sue scuse non avrebbero colmato la voragine che l’assenza di mio padre aveva lasciato in tutti noi. Forse è stato giusto così. Dare una voce e persino un volto a colei che ha ucciso mio padre sarebbe stato ancora più doloroso.
Rimango attonita davanti al verbale della polizia, che riporta:

“NON HO GUARDATO, MI SONO IMMESSA NELLA PISTA CICLABILE SENZA GUARDARE… NON L’HO VISTO”

L’impatto tra la bici di papà ed il carrello della spesa della signora l’hanno catapultato a terra. Non ci è voluto molto, una sola botta alla tempia sinistra è bastata per far sì che quattro ore dopo il suo corpo inerme giacesse su un lettino d’ospedale, bianco, freddo, incapace ormai di sorridere e respirare. Se n’era andato, non c’era più.

Rileggo tutti i documenti, sia dei vigili sia del personale dell’ambulanza e nonostante l’incredulità che mi perplime cerco di ricostruire l’accaduto.
Ore 16.40 circa: è passata poco più di un’ora dal momento dell’incidente e solo ora arrivano i soccorsi per portarlo all’ospedale. Un rigagnolo di sangue dalla tempia fa capire che qualcosa non va, ha sbattuto la testa tanto violentemente da ferirsi.
Nonostante il dolore, il sangue, le ferite, come al suo solito, non vuole darsi per vinto, implora di essere portato a casa, ed è lì solo, con la sua paura, e senza il sostegno di nessuno.
Non riesco a ricostruire l’accaduto tra le 15.30 e le 16.40. Solo di una cosa sono certa. Mio padre stava sanguinante e in evidenti gravi condizioni fisiche seduto in prossimità di un parco e nessuno tra passanti e carabinieri si preoccupa di chiamare tempestivamente l’ambulanza. Ci vuole un’ora per capire che per un anziano che ha appena sbattuto la testa su un angolo di un marciapiede il rischio di emorragia c’è.
“È colpa della burocrazia signora”, mi dirà il comandante dei vigili, “bisognava prima stilare i verbali” e intanto mio padre moriva.
Decidono finalmente che è arrivato il momento di portarlo in ospedale, è ormai troppo tardi, la situazione precipita. Codice rosso.
Nessuno, nonostante lo conoscano in molti, si è preoccupato di avvisare la sua famiglia, è morto solo con la sua paura.
Ore 16.45: Una telefonata sconvolge la mamma: “Buongiorno signora è l’Ospedale S. Carlo lei è la moglie del signor Arturo? “Purtroppo ha avuto un incidente …
Ore 16.47: Mi chiama in lacrime … il tempo di prendere la macchina, la salivazione si azzera e subito capisco che quei momenti di nervosismo altro non erano che il presentimento di ciò che stava accadendo.
Forse papà, proprio in quegli istanti stavi pensando a noi, ci cercavi non volevi lasciarci senza neppure donarci un ultimo abbraccio.
Ore 17,15: dopo un’attesa interminabile in pronto soccorso, arrivano due medici. Aspettavamo con altri parenti di altre persone in una saletta. I medichi chiedono di lasciarci soli. Il cuore si ferma e loro incominciano a parlare:
“L’ematoma è troppo esteso, non si può operare.”
Ci guardiamo attoniti, nessuno sapeva cosa dire ma tutti avevamo capito. Non so come riuscii a formulare quella domanda, ma la feci.
Domandai se fosse questione di giorni oppure di ore e la risposta fu un giro di parole molto chiaro:
“NON E’ QUESTIONE DI GIORNI…”
Ed il conto alla rovescia iniziò.
Non so neppure io cosa provai quando lo vidi.
Era sdraiato, il suo petto si alzava in modo anomalo per riuscire a respirare, un rigagnolo di sangue gli scendeva sul viso e i lividi ricoprivano la sua pelle piena di rughe e le mani, quelle mani che mi avevano accarezzato da sempre con una dolcezza infinita.
Non lo riconobbi del tutto, non era il mio papà, io non lo avevo lasciato così, cosa stava succedendo?
Non riuscivo a guardarlo era troppo per me.
Entravo e uscivo da quella stanza, dovevo chiamare subito mio fratello, la mia amica del cuore, le persone più vicine.
Quel venerdì si stava trasformando in un incubo.
Ore 19,25: Il beat beat della macchina che segna i battiti si fa sempre più flebile poi il silenzio. Il suo cuore aveva smesso di battere, e con il suo un pezzo anche del mio.
I giorni che seguirono furono un turbinio di emozioni, persone che andavano e venivano per casa, il funerale da organizzare e le mille cose da sbrigare.
I fiori, quelli sì, dovevano essere bellissimi e colorati, proprio com’era lui …
Scelsi le sue rose preferite, quelle variopinte, erano tante, allegre, paradossale per un giorno triste.
Anche il cielo aveva deciso di essere azzurro e limpido come i suoi occhi ed il sole splendeva tanto, che pareva sorridere, quasi a ricordare la sua allegria.
Da allora cambiò ogni cosa.
Io sono cambiata, la mia vita è cambiata.
Quando le proprie radici vengono spezzate, è un po’ come se qualcosa dentro di noi si rompesse.
Prima o poi tutti ce ne andiamo ma non si è mai preparati abbastanza, ci si illude che quel giorno non arriverà, e poi senza preavviso eccolo arrivare.

Caro papà sei stato per me un eroe, come ogni papà dovrebbe essere per i propri figli.
Il tuo profumo non svanirà mai, il tuo calore scalderà sempre il mio cuore, la tua voce risuonerà come un eco inconfondibile dentro di me.
Tu non te ne andrai mai, perché come ho voluto si scrivesse sulla tua lapide
“QUANDO SI NASCE SPECIALI, LO SI RIMANE PER SEMPRE”
Ed il tuo amore sarà la mia forza!

 

Barbara Meroni

Sono Barbara, lavoro con i numeri, ho una splendida famiglia, ed una passione che mi accompagna da sempre, il "canto". Amo pensare al mio prossimo, ma al tempo stesso cerco di ritagliarmi dei momenti tutti miei. Non nego un sorriso a nessuno, ma per gli abbracci... devi essere speciale!

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