DEDALO e ICARO

Una rilettura del mito greco

Dedalo e Icaro
Uno spettacolo Eco di fondo; drammaturgia di Tindaro Granata. Regia Giacomo Ferraù e Francesco Frongia, con Giacomo Ferraù, Giulia Viana, Libero Stelluti, Vincenzo Giordano luci Giuliano Almerighi. Produzione Teatro dell’Elfo ed Eco di fondo progetto vincitore del Bando S.I.A.E. S’Illumina 2018 – Mibact. Prima nazionale.
LA STORIA

La storia è nota a tutti: Icaro, da quando ha memoria, vive nel labirinto di Cnosso, costruito dal padre Dedalo. Il padre, per amore del figlio, raccoglie negli anni delle piume per comporre lunghe ali per poter uscire dal labirinto e le assembla con la cera. Un giorno Dedalo e Icaro spiccano il volo fuori dal labirinto. Durante il volo, nonostante le raccomandazioni del padre, Icaro si avvicina troppo al sole, la cera che tiene unite le ali si scioglie e Icaro precipita nel mare.

Anche qui abbiamo un padre e un figlio chiuso in un labirinto, un labirinto della mente.

Giacomo è autistico, è come prigioniero in un mondo altro, pressoché irraggiungibile.

Quella che vediamo in scena è una famiglia in cui il problema di avere un ragazzo autistico deflagra e fa sì che la famiglia esploda.

Non è una storia vera e propria, ma una serie di quadri che ripercorrono le tappe ed i momenti della quotidianità che fanno parte di qualsiasi famiglia.

Possiamo seguire sulla scena la gioia dell’arrivo di un figlio, le aspettative che ogni genitore ha, le delusioni, l’impegno per capire ed essere di aiuto a questo figlio “marziano” (non a caso in scena ogni tanto si muove un uomo in tuta d’astronauta che svolge come un dialogo interno con il ragazzo autistico), la tenerezza, ma anche l’esasperazione, la rabbia, la frustrazione che alla lunga questa convivenza comporta.

Il padre, Vincenzo; insiste con tenacia, con ostinazione a cercare di insegnare al figlio l’autonomia, una minima indipendenza.

Cerca insomma di costruirgli delle ali perché possa muoversi in questo mondo, perché uno dei maggiori tormenti di queste famiglie, superata l’età dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza è: cosa accadrà loro quando non ci saranno più i genitori a prendersene cura.

La madre di Giacomo è “madre” non può non amarlo, non può non soffrire per lui, non può smettere anche lei, se pur in modo diverso, di dargli un aiuto perché entri in contatto con questo mondo.

C’è un fratello (Libero) anche lui contagiato, come tutte le persone che amano e vivono accanto a Giacomo, invischiato anche lui in questo labirinto.

Libero si sente usato, come se i genitori lo avessero voluto solo in funzione di un utilità per il fratello.  Si sente arrabbiato, privato dell’amore a cui anche lui ha diritto, frustrato. Si vergogna del fratello ed allo stesso tempo prova un profondo senso di colpa per questi suoi sentimenti, in fondo anche lui gli vuole bene.

Giacomo, l’attore Giacomo Ferraù che vi assicuro è di una bravura stratosferica (altro che Dustin Hoffman!), si muove per il palco senza osservare, senza guardare, con tutte le sue stereotipie, ecolalie, sfarfallamenti delle mani, improvvisi urli di dolore.

Prigioniero nel suo mondo misterioso che entra in collisione con i mondi di chi gli vive accanto.

LA RECENSIONE

La raffigurazione della persona autistica, in questi decenni, sia al cinema che in televisione, ha proposto stereotipi particolari, che hanno colto e rappresentato soprattutto la figura del idiot savant, genio dei numeri e di recente persino della medicina.
Ma la maggior parte di coloro che vivono la condizione dell’autismo sono molto più simili al Giacomo di questo spettacolo.

Vi assicuro che è stato uno spettacolo, veramente emozionante e toccante.
Ancora più toccante vedere come gli attori, che al termine della rappresentazione hanno rivolto alcuni ringraziamenti al pubblico, fossero terribilmente emozionati ed ancora immersi in quanto avevano appena rappresentato, o per meglio dire, vissuto.

Uno spettacolo che ti avvolge e ti cattura.
Una prova? In sala vi erano numerosi giovani (probabilmente alcune scolaresche portate dai loro insegnanti) ebbene non volava una mosca, non ho visto uno schermo di cellulare accendersi.
Tutti eravamo entrati in questo labirinto e ne cercavamo l’uscita.

 

Elena Grossi

Sono... un medico!...? Una pediatra... e quindi cosa ho a che fare con l'arte? Forse perché nella mia... lontana... adolescenza sono stata a lungo combattuta (prima di essere travolta dalla passione per la medicina) tra l'idea di frequentare il Conservatorio, piuttosto che il liceo Artistico e l'Accademia, forse perché l'essere sempre a contatto con i bambini ha mantenuto il mio animo giovane e sognatore, fatto sta che mi sono riavvicinata al mondo dell'arte, prima attraverso la danza, poi attraverso la pittura. Non ho mai tralasciato in tutti questi anni di andare a vedere film, teatro, concerti e soprattutto lo straordinario Notre Dame de Paris che mi ha portato ad avvicinare anche tutto quel mondo che sta dall'altro lato del palcoscenico! In qualche modo ho scoperto attraverso i miei vari percorsi di formazione della mia professione e delle mie passioni che il godere, fruire dell'espressioni artistiche, così come anche il praticarle direttamente possono essere terapeutiche per i sussulti, i disagi, i mali, ma anche i sogni dell'anima. Credo che per il benessere, l'armonia di ogni essere umano dovremmo tutti, almeno in qualche momento della nostra vita, praticare una qualche espressione artistica. Per tutti questi concatenarsi di motivi, non ultimo anche la mia passione nel vedere nascere, crescere e sbocciare questi nuovi giovani talenti, mi ritrovo in questa community di gioiosamente pazzi artisti, sperando di poter portare il mio piccolo sassolino alla grande montagna dell'arte.

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