La notte poco prima delle foreste

la notte prima

La nuit juste avant les forêts

“La notte poco prima delle foreste” è un lungo monologo di Bernard-Marie Koltès, è andato in scena al teatro Franco Parenti dal 6 al 10 febbraio.

Sono consapevole di fare un resoconto di un evento ormai terminato (per quanto riguarda la città di Milano) e del quale, quindi non potrete, se incuriositi, godere, ma non posso tacere la meraviglia, lo stupore, l’emozione intensa che questo spettacolo mi ha suscitato.

Prima di tutto sono stata molto colpita dal testo, in particolare dal fatto che questo lungo monologo è stato scritto nel 1977 e sembra una storia di oggi, sembra scritto l’altro ieri.

Forse perché le storie di migrazioni, di diversi, di solitudine accompagnano l’uomo e la sua società da sempre.

la notte prima
LA STORIA

E’ uno straniero che racconta, uno straniero che in una notte di pioggia ferma un immaginario passante, spinto dal bisogno di trovare un riparo, una stanza per una notte.

Da questo spunto, con un linguaggio sgrammaticato, prende a raccontare, raccontare di se.

Racconta dei suoi bisogni, da quelli più materiali, mangiare, dormire, potersi cambiare d’abito in una notte di pioggia, dove ormai è completamente fradicio.

Per passare ai bisogni dell’anima, del cuore, il bisogno di parlare, di spiegarsi, il bisogno d’amore, il peso della solitudine.

Parla dei suoi incontri, tra la gente comune del bar, tra i “fighetti” o i teppistelli che lo aggrediscono, tra le puttane, al cimitero o nel metrò.
Il lavoro che una volta aveva, ora non più.

Il bisogno di trovare finalmente radici, di non sentirsi sempre straniero, il bisogno di non dover vivere sempre guardandosi le spalle.

Il desiderio di trovare un luogo un prato dove potersi fermare, riposare, dove poter ascoltare gli altri uomini soli come lui e poter farsi ascoltare.

E la rabbia, la rabbia che infine si accumula nel cuore, nello stomaco in tutto l’essere e il bisogno di farla uscire, esplodere.

Il bisogno di rivendicare il proprio diritto ad esistere, ad essere visto, ascoltato, amato.

Tutto questo scorre via dalle labbra di questo sconosciuto, un flusso di parole, ricordi, desideri, sogni, amori e soprattutto tanta, tanta solitudine.

Il secondo motivo che rende questo monologo straordinario è Pierfrancesco Favino!

Con questo accento straniero, ma non sapresti dire straniero di dove, ma sicuramente di altrove.

Solo sul palco, con movimenti ora bruschi ora lenti, muovendosi tra il pubblico delle prime file, rompendo, ma allo stesso tempo non oltrepassando, la famosa quarta parete; un palco privo di tutto, tranne che di una sedia sulla quale a tratti si riposa; illuminato da un’unica luce, quasi lunare.

Ti interpella, ti prende, ti provoca, ti fa toccare con mano tutto il suo struggente desiderio, di più, il suo bisogno vitale, di trovare un animo amico, un orecchio attento, un cuore capace di fremere con lui.

Termina con una serie di domande che rimangono in sospeso, un sorriso, che è una mezza risata e un una mezza smorfia e poi… buio!

LA RECENSIONE

Rimani li con tante domande, con una sorta di tensione, di malinconia, rimpianto, dolore, il singhiozzo stretto nella gola e l’occhio umido, se non addirittura offuscato dalle lacrime.
Favino è sublime, strepitoso nell’interpretazione, mai eccessivo, mai sopra le righe sempre assolutamente vero e credibile, ti strappa il cuore e un applauso infinito.

Desidero riportare le parole dette da lui a proposito di questo brano:

“Mi sono imbattuto in questo testo un giorno lontano, mi sono fermato ad ascoltarlo senza poter andar via e da quel momento vive con me ed io con lui. Mi appartiene, anche se ancora non so bene il perché. È uno straniero che parla in queste pagine. Non sono io, la sua vita non è la mia eppure mi perdo nelle sue parole e mi ci ritrovo come se lo fosse. Il suo racconto mi porta in strade che non ho camminato, in luoghi che non ho visitato. Come un prestigiatore fa comparire storie di donne, di angeli incontrati per caso, di violenze e di paura di ciò che non conosciamo. Forse è anche a questo che serve il Teatro e mi auguro di riuscire a portarvi dove lui porta me.” (Pierfrancesco Favino)

Si, direi che Favino decisamente riesce a far vivere allo spettatore tutta la gamma delle emozioni, ci prende e ci porta li con lui e altrove, in una strada chissà dove, sotto la pioggia, al chiarore dei lampioni.

 

Elena Grossi

Sono... un medico!...? Una pediatra... e quindi cosa ho a che fare con l'arte? Forse perché nella mia... lontana... adolescenza sono stata a lungo combattuta (prima di essere travolta dalla passione per la medicina) tra l'idea di frequentare il Conservatorio, piuttosto che il liceo Artistico e l'Accademia, forse perché l'essere sempre a contatto con i bambini ha mantenuto il mio animo giovane e sognatore, fatto sta che mi sono riavvicinata al mondo dell'arte, prima attraverso la danza, poi attraverso la pittura. Non ho mai tralasciato in tutti questi anni di andare a vedere film, teatro, concerti e soprattutto lo straordinario Notre Dame de Paris che mi ha portato ad avvicinare anche tutto quel mondo che sta dall'altro lato del palcoscenico! In qualche modo ho scoperto attraverso i miei vari percorsi di formazione della mia professione e delle mie passioni che il godere, fruire dell'espressioni artistiche, così come anche il praticarle direttamente possono essere terapeutiche per i sussulti, i disagi, i mali, ma anche i sogni dell'anima. Credo che per il benessere, l'armonia di ogni essere umano dovremmo tutti, almeno in qualche momento della nostra vita, praticare una qualche espressione artistica. Per tutti questi concatenarsi di motivi, non ultimo anche la mia passione nel vedere nascere, crescere e sbocciare questi nuovi giovani talenti, mi ritrovo in questa community di gioiosamente pazzi artisti, sperando di poter portare il mio piccolo sassolino alla grande montagna dell'arte.

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