L’arte va oltre le disabilità o le disabilità possono essere forme d’arte? SENZA PARLARE

Senza parlare

SENZA PARLARE al Teatro Parenti – recensione

Prodotto da Teatro Comunale Giuseppe Verdi Pordenone
con il sostegno di Fondazione Friuli
drammaturgia e regia Lisa Moras
scenografia e costumi Stefano Zullo
musiche e disegno luci Alberto Biasutti
con Marco S. Bellocchio e Caterina Bernardi
un progetto avviato dal Centro Benedetta D’Intino Onlus e Fondazione Paola Frassi
distribuzione Associazione Culturale Speakeasy

La serata del 13 giugno al Teatro Parenti è andato in scena per la prima volta a Milano “Senza Parlare” un lavoro che nasce dalla raccolta di testimonianze di genitori con figli con disabilità che per patologie diverse non permette loro di parlare, pur avendo conoscenza del linguaggio e capacità intellettive per esprimere non solo bisogni primari, ma anche pensieri più elaborati.

Il centro e la fondazione Benedetta D’Intino nasce da il sogno di un medico che per tradizione avrebbe dovuto occuparsi di editoria, Cristina Mondadori diventata invece cardiologa e psichiatra, e si occupa di fornire aiuti a bambini e alle loro famiglie con disagi psicologici e gravi disabilità comunicative fornendo due supporti: la psicoterapia e la Comunicazione Aumentativa Alternativa.

Come dicevo dalla raccolta di testimonianze di genitori di figli che sono stati aiutati dal uso di questo mezzo che è la Comunicazione Aumentativa Alternativa, attraverso il lavoro della drammaturga e regista Lisa Moras in collaborazione con tutta l’equipe (dallo scenografo al musicista e tecnico delle luci agli attori stessi) ha affrontato il tema della relazione e della comunicazione con una persona disabile.

La protagonista della pièce, la neo diciottenne Sara, affetta da paralisi cerebrale di tipo spastico è affidata al fratello maggiore Marco.

Senza parlare
Foto di scena di Senza Parlare

Lo spunto è l’organizzazione della festa dei suoi 18 anni, che il fratello Marco progetta, immaginando di interpretare i desideri della sorella, ma in realtà seguendo una sua idea di ciò che può piacerle, basata più su il ripetere vecchi modelli che andavano bene per una Sara bambina e senza sforzarsi ad un vero ascolto dei nuovi bisogni e desideri di una sorella ormai fanciulla e presto donna.

Sara non viene rappresentata come persona muta ed immobile sulla sedia, ma come persona che interagisce ed esprime “a lato”, parlando con una figura che non la sente e quasi non la vede. Si muove e parla sulla scena, manifestando la sua vita interiore.

Mentre Marco si rapporta con la sorella come se questa fosse effettivamente presente paralizzata sulla sedia.

Solo progredendo nel corso di questa preparazione della festa e aiutato da l’intervento fuori scena di una fidanzata che è anche la terapeuta della comunicazione aumentativa alternativa, si arriverà ad un incontro e ad una comunicazione efficace

Questa finzione/invenzione scenica da il modo di affrontare e indagare il tema dell’opera “Senza parlare” che è il silenzio.

Il silenzio della persona disabile, che non è vuoto, assenza, ma bensì pienezza esistenziale ed espressiva del soggetto disabile che è difficilmente comprensibile anche per coloro che, in quanto familiari, persone vicine che condividono da sempre la vita insieme, dovrebbero possedere naturalmente le capacità e la sensibilità per comunicare.
Per giungere finalmente al incontro, alla comprensione alla sintonia, il fratello maggiore deve fare un percorso che non è solo quello di conoscere gli strumenti della comunicazione aumentativa, ma è anche un percorso di conoscenza personale, di affrontare e superare i rifiuti, nati fin dal infanzia, della malattia della sorella, del sentirsi in secondo piano, del sentirsi abbandonato.

Grazie a questi due piani rappresentativi, quello iper reale del mondo interiore di Sara e quello della quotidianità della vita in comune tra i due fratelli, gli attori hanno avuto modo di rappresentare con naturalezza ed autenticità i due personaggi senza essere convenzionali o retorici o troppo mielosi o melanconici.

I due attori Cristina Bernardi e Marco Bellocchio molto abili nel rendere la molteplicità delle sfaccettature dei loro personaggi.

Sara nella sua duplicità di ragazza disabile con i suoi aspetti di dipendenza dagli altri, ma sempre in possesso di una personalità molto autonoma.

Marco con i suoi differenti e progressivi approcci di avvicinamento, combattuto tra l’affetto per la sorella, i sensi di colpa per la sua salute, l’insofferenza per il sentirsi anche lui limitato e ingabbiato.

Un opera molto efficace, molto reale, molto bella.

 

Elena Grossi

Sono... un medico!...? Una pediatra... e quindi cosa ho a che fare con l'arte? Forse perché nella mia... lontana... adolescenza sono stata a lungo combattuta (prima di essere travolta dalla passione per la medicina) tra l'idea di frequentare il Conservatorio, piuttosto che il liceo Artistico e l'Accademia, forse perché l'essere sempre a contatto con i bambini ha mantenuto il mio animo giovane e sognatore, fatto sta che mi sono riavvicinata al mondo dell'arte, prima attraverso la danza, poi attraverso la pittura. Non ho mai tralasciato in tutti questi anni di andare a vedere film, teatro, concerti e soprattutto lo straordinario Notre Dame de Paris che mi ha portato ad avvicinare anche tutto quel mondo che sta dall'altro lato del palcoscenico! In qualche modo ho scoperto attraverso i miei vari percorsi di formazione della mia professione e delle mie passioni che il godere, fruire dell'espressioni artistiche, così come anche il praticarle direttamente possono essere terapeutiche per i sussulti, i disagi, i mali, ma anche i sogni dell'anima. Credo che per il benessere, l'armonia di ogni essere umano dovremmo tutti, almeno in qualche momento della nostra vita, praticare una qualche espressione artistica. Per tutti questi concatenarsi di motivi, non ultimo anche la mia passione nel vedere nascere, crescere e sbocciare questi nuovi giovani talenti, mi ritrovo in questa community di gioiosamente pazzi artisti, sperando di poter portare il mio piccolo sassolino alla grande montagna dell'arte.

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