(S)LEGATI – LA NOSTRA RECENSIONE

slegati

(S)LEGATI: la nostra recensione

Dal 25 marzo 2020
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PRESENTAZIONE

Due amici, due attori, due amanti della montagna: Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris incontrano, alcuni anni fa la storia, vera, di due alpinisti Joe Simpson e Simon Yates, che decidono di realizzare un impresa non ancora tentata: scalare il Siula Grande attaccandolo dalla parete ovest.

Affascinati da questa storia decidono di creare uno spettacolo della loro impresa e dei pericoli affrontati.

(S)LEGATI

(S)legati narra di un’impresa, di quelle imprese che sono una sfida, di quelle sfide che portano ad affrontare i limiti umani.
Vediamo e seguiamo i due giovani alpinisti, al tempo avevano uno 21 e l’altro 25 anni, prepararsi, attrezzarsi per questa grande e faticosa scalata; sistemarsi al campo base, partire, salire e arrivare sulla tanto agognata cima, godere e gioire del panorama mozzafiato premio delle fatiche costate per giungere fin li.
E poi, poi…c’è la discesa! Dovrebbe essere la fase più semplice, di minor pericolo, ma non sarà così in questo caso.
Complice un tempo meteorologico instabile ed imprevedibile, complice il fatto forse di non essersi documentati a sufficienza per la parte riguardante la discesa, complice il destino, il fato che ci mette lo zampino, accade l’incidente e Joe Simpson durante una manovra di non particolare difficoltà cade e si rompe malamente una gamba.
Questo incidente si può trasformare in una condanna a morte.
Dopo un iniziale momento di panico in cui domande angosciose si presentano ad entrambi: che fare? Proseguo da solo? Mi aiuterà?
Sono loro due e la montagna, una corda li lega uno nelle mani dell’altro.
Trovano infine un modo di avanzare, pur lento, pur pericoloso, ma che permette di proseguire la discesa ad entrambi.
Ma…c’è ancora un ma, ancora un imprevisto: Joe, che viene calato dall’altro tramite una corda, finisce su un bordo roccioso invisibile, il che significa che è appeso sopra un crepaccio con solo la sicura del compagno ad evitargli la caduta.
Infine Simon per evitare di essere anche lui tirato giù dalla parete è costretto a tagliare la corda che lo lega al compagno ferito.
Simon riesce a tornare al campo, tormentato dai sensi di colpa convinto con quel gesto di aver ucciso il compagno.
Per questo non riesce a trovare il coraggio di abbandonare il campo base, cercando e sperando in un miracolo.
E il miracolo si avvera!
L’istinto di sopravvivenza, la tenacia, la grande forza di Joe gli permettono di raggiungere insperatamente il campo base e i due amici si ritrovano.

CAST e SCENOGRAFIA
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Mattia Fabris e Jacopo Bicocchi

Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris interpretano con grande maestria l’insieme di sentimenti ed emozioni che spingono all’azione questi due giovani alpinisti in (S)legati.
Il desiderio, il bisogno di mettersi alla prova, di sfidare l’ignoto,

“Joe: «in vetta come al solito mi sentivo svuotato… e adesso? Un sogno si avvera ed eccoti al punto di partenza».
Simon: «ti fabbrichi un altro sogno: un po’ più difficile, un po’ più ambizioso, un po’ più… pericoloso».”

L’amicizia che li “lega”, l’istinto di sopravvivenza, la paura della morte.
Usano una scenografia più che essenziale, addirittura spoglia.
Dei chiodi piantati sul palco che serviranno per farvi scorrere la corda, per indicare i percorsi.
La corda.

Luce che illumina entrambi, ora l’uno, ora l’altro..

CONCLUSIONE
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(S)legati: un’ora e venti di grande pathos, ansia e timore.
Il ritmo è incalzante e ti tiene sulla “corda”!
In fondo la corda è la terza protagonista di quest’opera.
E’ una storia di avventura, di cime e di progetti da conquistare, di fatica, di amicizia, di legami.
Essenziale, vitale in montagna essere legati, ma a volte questo legame può essere mortale, a volte, in montagna come nella vita ci sono dei legami che vanno slegati, appunto, tagliati, per potersi salvare, per potersi ritrovare.
E la storia di come le situazioni estreme ci mettono a nudo, ci obbligano a guardarci dentro, a scoprire i nostri istinti primordiali, a scoprire se possiamo essere più forti di essi, se sappiamo domarli e comunque se si è in grado di accettare le conseguenze delle nostre scelte, se riusciamo a conviverci, se possiamo perdonarci.

 

Elena Grossi

Sono... un medico!...? Una pediatra... e quindi cosa ho a che fare con l'arte? Forse perché nella mia... lontana... adolescenza sono stata a lungo combattuta (prima di essere travolta dalla passione per la medicina) tra l'idea di frequentare il Conservatorio, piuttosto che il liceo Artistico e l'Accademia, forse perché l'essere sempre a contatto con i bambini ha mantenuto il mio animo giovane e sognatore, fatto sta che mi sono riavvicinata al mondo dell'arte, prima attraverso la danza, poi attraverso la pittura. Non ho mai tralasciato in tutti questi anni di andare a vedere film, teatro, concerti e soprattutto lo straordinario Notre Dame de Paris che mi ha portato ad avvicinare anche tutto quel mondo che sta dall'altro lato del palcoscenico! In qualche modo ho scoperto attraverso i miei vari percorsi di formazione della mia professione e delle mie passioni che il godere, fruire dell'espressioni artistiche, così come anche il praticarle direttamente possono essere terapeutiche per i sussulti, i disagi, i mali, ma anche i sogni dell'anima. Credo che per il benessere, l'armonia di ogni essere umano dovremmo tutti, almeno in qualche momento della nostra vita, praticare una qualche espressione artistica. Per tutti questi concatenarsi di motivi, non ultimo anche la mia passione nel vedere nascere, crescere e sbocciare questi nuovi giovani talenti, mi ritrovo in questa community di gioiosamente pazzi artisti, sperando di poter portare il mio piccolo sassolino alla grande montagna dell'arte.

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