Una Traviata a Parigi

Si apre il sipario. Una camera d’ospedale, medico e infermiera sistemano flaconi su un carrello,qualche letto in metallo e, in primo piano un tavolo con un lenzuolo che nasconde un corpo, come all’obitorio… una figura scalza (il doppio di Violetta capiremo poi) e vestita solamente della camiciola ospedaliera si avvicina e solleva il lenzuolo dal quale sorge, come farfalla da crisalide,Violetta di rosso vestita e scalza.Il pavimento é uno specchio, sul fondo il coro abbigliato con vestiti anni ’40/ ’50 a tinte scure, con un fiore in mano come presenzianti ad un funerale.La festa e il brindisi, si svolgono in questa stanza di ospedale (Violetta seduta su un carrello é portata in giro da un ballerino/infermiere) cosi’ come la grande aria del finale atto primo.

Parigi, Théatre des Champs Elysées. Prova generale di Traviata con la regia di Deborah Warner.Le luci si abbassano un poco e il fiero direttore della sala ci informa delle scelte artistiche operate per questa produzione : ripristino del diapason verdiano quindi 4,32 hz al posto dell’attuale 4,40 hz, strumenti originali, riapertura di tutti i tagli ed eliminazione di tutte le cadenze di tradizione ovvero non una nota di più di quelle scritte dal cigno di Busseto. Oltre a cio’ la scelta di una Violetta al debutto nel ruolo per poter essere plasmata da Mme Warner.Le premesse lasciano ben sperare almeno sul piano musicale : diapason più basso uguale suoni più caldi nel canto che, sommato agli strumenti originali dovrebbe garantire una dimensione più“cameristica” dell’opera e un maggior agio, per i cantanti, nell’esprimersi al meglio senza essere obbligati a “gridare” per passare l’orchestra.La storia la conosciamo tutti : tratta dal romanzo di Dumas figlio “La Dame aux camelias” a sua volta ispirato dalla vita di Marie Duplessis (amante per un periodo di Dumas stesso) narra l’amore impossibile tra una cortigiana di lusso, Violetta, e un giovane borghese, Alfredo. Dopo una prima separazione imposta dal padre del giovane per salvaguardare l’onore della famiglia, i due amantisi ritrovano ma la malattia di Violetta li separa una volta di più e per sempre.Nel frontespizio verdiano troviamo un’indicazione temporale – Parigi 1850 – e diverse altre relative all’ambientazione : salotto in casa di Violetta per ospitare la festa del primo atto, abiti sfarzosi e probabilmente champagne nelle coppe per il celebre Brindisi, casa di campagna nei pressi di Parigi per la parentesi bucolica dell’inizio secondo atto e galleria nel palazzo di Flora per il finale indi camera di Violetta per il terzo.

L’idea di Madame Warner era quella di due mondi paralleli : Violetta vivente che «prevede » il futuro vedendo sé stessa malata e in fin di vita oppure la Violetta malata e in fin di vita che rivive i fasti del passato…in ambo i casi la realizzazione di questa idea é fallita. Lo spettatore vede sempre e solo una camera d’ ospedale con Violetta bis (figura muta ma onnipresente) che,scarmigliata e in camice ospedaliero, vaga sulla scena come un fantasma senza requie.

Atto II (nell’opera originale)Un materasso a terra, uno sfondo blu che fa piuttosto pensare al mare, Violetta (in sottabito ops,pardon nuisette) e Alfredo in boxer e camicia si rotolano e si abbracciano sul giaciglio.Il povero tenore canta la sua cabaletta con rigoroso ritornello infilando pantaloni e calzini…. la classe. Duetto Violetta Germont indi Germont con il proprio figlio che,irato per aver scoperto chela donna é rientrata a Parigi, lo getta a terra come uno straccio prima di uscire di scena…fine dell’atto e intervallo : ebbene si’, l’opera warneirana ha solo due atti.

Festa in casa di Flora. Niente di nuovo purtroppo, si torna alla solita stanza d’ospedale, con zingarelle e matador entrambi di sesso maschile (gli infermieri), che corrono, saltano e spingono avanti e indietro Violetta bis, legata alla vita da un lenzuolo, come se fosse un toro in una scena di tauromachia… Gli invitati giocano a carte sui lettucci, Violetta riceve in pieno viso molteplici pacchetti di banconote da parte di Alfredo il quale, non pago di si’ rabbiosa (ed esagerata, un fascio di banconote bastava come atto di disprezzo), si avventa poi sulla poveretta sollevandole la gonna e infilandosi tra le sue cosce mentre sfila giacchetta e bretelle palesando, senza alcuna eleganza le proprie intenzioni.

Epilogo…il peggio. Il preludio al terzo atto scritto da Verdi basterebbe da solo a far piangere i sassi per la bellezza dolorosa e profonda unita alla tristezza presaga della morte crudele.Sulla scena? Il solito ospedale, il lettuccio squallido in primo piano e Violetta, rannicchiata in posa fetale, girata prima da un lato poi dall’altro dall’infermiera mentre il medico cambia le lenzuola……PERCHE’??? Cosa abbiamo fatto di male?? Perché tanto rispetto annunciato per la partitura musicale e tutto il contrario per il resto? Il cuore dell’opera verdiana é la storia d’amore tra i due protagonisti, mentre della malattia abbiamo tracce sporadiche anche se sappiamo che Violetta ha la tisi e ne morirà. La versione della Warner é improntata sulla malattia, impossibile da mettere da parte un solo istante vista l’insistenza con la quale ce la propina in scena.Da quando in qua si va a teatro per patire cio’ che viviamo tutti i giorni? Invece di un’oasi di pace lo spettacolo si trasforma in un prolungamento dell’incubo quotidiano, un’angoscia, una spada di Damocle alla quale é impossibile sottrarsi, senza parlare dell’arbitrarietà della sua“interpretazione”.

Dal punto di vista musicale altra delusione L’orchestra “Le cercle de l’hamonie” e il suo direttore sono specializzati nel repertorio barocco il che lascia già perplessi ancor prima di cominciare (senza contare la scelta di impiegare strumenti antichi) essendo Verdi antico si’ ma non abbastanza ; il suono é brutto e l’intonazione non sempre precisa.Il Direttore (con formazione clavicembalistica) la sprona con energia come se fosse una mandria di cavalli ottenendo di essere troppo forte rispetto ai cantanti ai quali lascia a malapena il tempo di respirare, e, nell’amami Alfredo, i timpani sono talmente sollecitati che invece di essere come un sottofondo vibrante di presagi funesti assomiglia piuttosto al richiamo alle esecuzioni d’altritempi in piazza della Concorde durante il Termidoro.L’apertura dei tagli (già operata a suo tempo dal Maestro Riccardo Muti nella ormai storica versione scaligera) avrebbe dovuto “entrainer” delle differenze nelle ripetizioni, una tensione che giustificasse la ripetizione ma cosi’ non é stato.

Vannina Santoni (Violetta) ha una bella voce ma non sempre sostiene quindi l’intonazione nerisente e il vibrato aumenta; la zona medio grave non é a fuoco quindi risulta poco sonora e lalinea di canto un po’ vecchiotta e con troppi portamenti.

Saimir Pirgu non ha, secondo me, la voce per Alfredo, anche lui spoggia e usa il falsetto perottenere i pianissimi scritti in partitura.Entrambi hanno difficoltà a pronunciare le doppie nel testo italiano.

Laurent Naouri (Germont) ha bella voce sonora, peccato si riveli in difficoltà sugli acuti e tagli ogni frase di netto, come con un’accetta.

Catherine Trottman (Flora) non é un mezzosoprano e inoltre la voce é parecchio « ingolata » e ilvibrato fastidioso e alquanto accentuato per una giovane cantante.

Clare Presland (Annina) ha voce sgradevole ma é precisa e fa il suo dovere

Belle le voci e la linea di canto di Mark Barrard (Barone Duphol) e Mattieu Justine (Gastone) oltre aFrancis Dudziak (Marchese d’Obigny), Marc Scoffoni (il dottor Grenvil) Anas Séguin (il commissionario) e Pierre Antoine Chaumien (Giuseppe).

Il coro, preparato dal M° Alessandro Di Stefano, braccio destro del maestro José Luis Basso all’Opera Bastille, ha buona dizione, suono rotondo e pieno nonostante l’esiguità numerica(appena 40 elementi). Deplorevole vederlo a volte relegato a fondo palcoscenico, castigo spesso inflittogli dai registi moderni. Non paga, la Signora Warner resta nel mood contemporaneo facendo sistemare ballerini e figuranti davanti al coro dopo che questo ha salutato (senza quasi lasciare il tempo al Maestro di raggiungere la compagine da lui preparata).

Purtroppo lo strapotere dei registi é senza limiti, la storia e la musica a volte sono sottomesse a decisioni arbitrarie, discutibili, egocentriche, slegate dal contesto. Particolari superflui, non richiesti, non presenti che violentano la storia. Frotte di figuranti. L’arroganza di chi riscrive storie già scritte nel vano delirio di creare qualcosa di nuovo invece di mettersi semplicemente al servizio dello spartito.

Ovviamente le critiche in loco hanno definito sublime questa Traviata. Finita l’onestà professionale e il coraggio di dissentire.Povero Verdi ma soprattutto poveri noi privati di quel sognare che ci ha fatto innamorare dell’opera e anche povero pubblico che non ha piu’ orecchie né occhi per distinguere un’opera d’arte da un delirio di presunzione senza fine.

 

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